Domande e risposte

Commissione dottrinale – International Catholic Charismatic Renewal Services

Anno 2012

 

Per rispondere a questa domanda, vorrei dire prima di tutto che non esiste alcun insegnamento cattolico specifico su come usare il dono delle lingue. I brevi riferimenti alle lingue nell’insegnamento della Chiesa affermano solo che le lingue è uno dei doni dello Spirito, e che tutti i carismi sono intesi per il bene comune della Chiesa (vedi Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2003). Così per discernere le linee guida pastorali adatte per l’uso appropriato delle lingue, dobbiamo riferirci all’insegnamento di san Paolo in 1 Cor 12-14, unito al buon senso e alla saggezza pratica che viene dall’esperienza.

L’insegnamento di Paolo in 1 Corinzi implica l’esistenza di due forme diverse del dono delle lingue. La distinzione tra le due talvolta è descritta come “pregare in lingue” e “parlare in lingue.”

“Pregare in lingue” è il dono delle lingue come linguaggio di preghiera, una preghiera e una lode traboccante dal cuore, espressa ad alta voce, ma senza suoni razionali. «Chi infatti parla con il dono delle lingue non parla agli uomini ma a Dio poiché, mentre dice per ispirazione cose misteriose, nessuno comprende » (1 Cor 14,2). Possiamo dire che questo dono si avvicina alla preghiera contemplativa. Paolo rileva che è prezioso per la crescita spirituale individuale di una persona (1 Cor 14,4), e indica che questa forma di lingue è accessibile a tutti (1 Cor 14,5). Questa forma di lingue oggi è comune nel Rinnovamento Carismatico, e pare che molti dei santi l’abbiano avuta, inclusi Agostino, Bernardo, Teresa d’Avila e Giovanni M. Vianney. Santa Teresa scrisse: «Talvolta nostro Signore dà all’anima sentimenti di giubilo e una preghiera strana incomprensibile… Somiglia al balbettio e certo l’esperienza è di quel tipo, perché è una gioia talmente smisurata che l’anima non vorrebbe goderla da sola ma vuol parlarne con tutti affinché possano aiutare quest’anima a lodare il nostro Signore» (Il Castello Interiore, VI.6.10). Vengono ricordati molti casi miracolosi di preghiera in lingue, dove il soggetto parla in una lingua a lui sconosciuta ma conosciuta a un ascoltatore.

“Parlare in lingue” è un dono in forma di messaggio pubblico rivolto all’assemblea, dono meno comune. In questo caso Paolo insegna che il messaggio in lingue deve essere seguito dall’interpretazione. Altrimenti, per la gente non ha senso e non edifica. Quando il messaggio in lingue è seguito dall’interpretazione si tratta in realtà di una forma del dono di profezia. Paolo sottolinea la superiorità della profezia per la sua capacità di rafforzare, incoraggiare e consolare i membri del corpo di Cristo. «Chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l’assemblea. Vorrei vedervi tutti parlare con il dono delle lingue, ma preferisco che abbiate il dono della profezia. In realtà colui che profetizza è più grande di colui che parla con il dono delle lingue, a meno che le interpreti, perché l’assemblea ne riceva edificazione» (1 Cor 14,4–5; vedi 14,28).

La confusione che Paolo corregge è chiaramente l’uso disordinato di questa seconda forma del dono delle lingue. Ciò che pare sia accaduto a Corinto è che la gente esprimeva ad alta voce messaggi in lingue senza rispettare l’ordine appropriato o un’altra persona che stava già parlando. Per questo Paolo insegna loro: «I profeti parlino in due o tre e gli altri giudichino. Ma se poi uno

dei presenti riceve una rivelazione, il primo taccia: uno alla volta, infatti, potete tutti profetare, perché tutti possano imparare ed essere esortati» (1 Cor 14,29–31).

Questo ci porta quindi alla domanda: possono pregare in lingue tutte le persone contemporaneamente? Se non possiamo sapere con certezza cosa accadeva nei raduni dei Corinzi 2000 anni fa, sembra che l’esperienza carismatica contemporanea corrisponda per molti versi a quanto Paolo descrive. Dall’esperienza contemporanea sappiamo che quando molta gente prega o canta in lingue insieme (il primo uso delle lingue descritto sopra), si manifesta una profonda armonia portata dallo Spirito. Talvolta c’è un’armonia notevole nei toni musicali. Più importante ancora, c’è un’unità spirituale prodotta dall’adorazione concorde del Signore. Ognuno loda Dio in una lingua diversa, ma le lingue si fondono tutte nell’unità. Questo è il contrario della discordia descritta da Paolo quando il dono di parlare in lingue era usato in modo inappropriato — cioè, quando diverse persone contemporaneamente cercano di richiamare l’attenzione per un messaggio in lingue.

Paolo ci ricorda che la misura finale per l’uso delle lingue e di tutti i doni carismatici è l’amore. «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba» (1 Cor 13,1). L’amore è la motivazione e lo scopo che dà ai doni il loro valore. Se siamo fedeli all’insegnamento di Paolo, sia pregare che parlare in lingue glorificherà Dio e edificherà la Chiesa nell’amore.

 

 

 

 

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